Dove vuoi andare

Ci provi, a fare quella distaccata e cinica. Quella che separa i piani, che decide da cosa non lasciarsi toccare. Da chi non farsi raggiungere, sfuggendo gli impegni e gli sguardi, gli abbracci e le promesse.
Ci provi, a fare quella che risponde con un sorriso quando le parole sarebbero troppo crude e fredde, con una alzata di spalle quando crede che nessuno la guardi, con il corpo quando viene chiesta l’anima.
Ci provi. E ci riesci quasi sempre.

Poi ci sono i momenti (i giorni, molto più spesso le sere) in cui senti qualcosa che sale dallo stomaco e dalla gola e vorresti solamente lasciarlo uscire, questo pianto che nascondi sempre.

Ma hai paura che se cominci poi non smetta più, così carichi un’altra lavatrice, guardi un’altra puntata sul portatile, leggi un libro. E intanto il tempo passa e non hai ancora capito dove vuoi andare.

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C’è di buono

C’è di buono che forse per fortuna, forse per talento, forse per intuito, sono stata quasi sempre in grado di riconoscere e vivere bene le situazioni “belle”, quelle in cui stavo bene.

Le ho sapute distinguere, che fossero brevi o lunghe, importanti o meno, e mi ci sono accoccolata dentro assaporandole e gustandole pienamente, riuscendo a godere del buono che c’era senza lasciarmi distrarre o avvelenare da quello che non c’era.

Per questo adesso che mi volto indietro e vedo le cose belle che ci sono state e che ho perdute mi assale un po’ di malinconia, ma nessun rimpianto.

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Tattiche diversive

Quando non puoi parlare con una persona, parla con tutte le altre.

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Solo una tra molte

E poi invece penso ancora
(sempre)
di essere solo una delle molte
una voce nel coro
un’onda nel mare.

E vorrei lasciarmi andare
scivolare via
lasciandoti in mezzo a tutto quel rumore
di fondo.

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Lascia

Lascia che ti tocchi il viso ad occhi chiusi, che la mia mano tremante senta la tua pelle coperta di barba, lasciati accarezzare gli occhi serrati e ciechi (o forse solo persi dietro il mio sfiorarti insistito e famelico).
Lascia che ti prenda la guancia e la carne che berrei a scrosci facendomi inondare e schiacciare violenta.
Mordimi un dito, così che senta i tuoi denti farsi strada in fondo alla schiena, il prurito che è voglia di farmi strappare i muscoli dalle ossa.

Baciami.

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Quello che alcuni chiamano punto di sella.

È stato bello. Così. Senza nulla da aggiungere o da togliere. Senza voler cambiare nemmeno un respiro. È stato bello, così incredibilmente affine a ciò che avevo sognato e immaginato, come una premonizione.

È stato qualcosa che mi ha dato un senso di pace: ha chiuso delle cose, senza volerne o impedirne altre che non so, non voglio sapere, non voglio pensare.

È stato dolce, anche. E forte, anche. Ma più di tutto, bello.

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Quello che capita

È così che succede, allora? Che semplicemente esci di casa e guardi i rami spogli degli alberi e sei sereno, senza chiedere nulla?
È così che succede, che pensi “qualcosa arriverà, qualcosa verrà giù e sarà pesante” e invece cammini leggero e senza oppressione?
È così che succede, quando non ti lasci indietro qualcosa di sospeso, ma riesci a vivere quello che ti capita e basta?

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